"Ma": la terribile parola della disperazione.- Tommaso Landolfi
"Ma": la terribile parola della disperazione.
Un nome qualunque non esiste, per così dire non si dà in natura: ogni nome reca una certa carica di destino.
Quando ci si sente tristi e addolorati ecc. basta mangiare un po' di cioccolata o aspettare un po' di tempo perché tutto si metta matematicamente a bene.
Il diritto divino era pure un'idea: come potrebbe esserlo la sovranità popolare, che nel migliore dei casi è dell'ordine delle volgari necessità? Necessità non fa idea.
L'uomo decade e involgarisce, si fa grosso ed ottuso, secondo o quando decade in lui il senso religioso delle parole.
Lunga ed impervia è la strada che dall'inferno si snoda verso la luce.
Tutto era diventato nuovamente completamente realistico, e cioè completamente senza speranza.
Chi appartiene alla disperazione non può appartenere a nessuno.
La disperazione è la fine degli sciocchi.
Disperazione è il risultato di ogni serio tentativo di comprendere e giustificare la vita umana.
Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l'incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale.
Gradi della disperazione: non ricordarsi di nulla, ricordare qualcosa, ricordare tutto.
Diciassette anni di vita non forniscono una corazza abbastanza resistente contro la disperazione.
Il riso dell'uomo sensitivo e oppresso da fiera calamità è segno di disperazione già matura.
È disperante frequentare persone per cui si prova disprezzo: essere obbligati, per pura cortesia, ad ammirare cose la cui insignificanza fa compassione.