I monti a cupo sonno supini giacciono affranti.- Salvatore Quasimodo
I monti a cupo sonno supini giacciono affranti.
Autunno mansueto, io mi posseggo e piego alle tue acque a bermi il cielo, fuga soave d'alberi e d'abissi.
Dalla natura deforme la foglia simmetrica fugge, l'àncora più non la tiene. Già inverno, non inverno, fuma un falò presso il Naviglio.
Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue e l'oro. Vi riconosco, miei simili, o mostri della terra. Al vostro morso è caduta la pietà, e la croce gentile ci ha lasciati.
Per averti ti perdo, e non mi dolgo: sei bella ancora, ferma in posa dolce di sonno: serenità di morte estrema gioia.
Ad una fronda, docile la luce oscilla alle nozze con l'aria; nel senso di morte, eccomi, spaventato d'amore.
I monti sono nati per le zuccate che la Terra ha sempre dato contro il Cielo nel tentativo di emularlo.
Una montagna non può spaventare chi vi è nato.
Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre.
Due voci possenti ha il mondo: la voce del mare e la voce della montagna.
Anche l'aver scalato l'Everest diventa banale e quindi noioso. Una montagna è stimolante solo prima che venga affrontata.
La montagna nasconde, ha vicoli, soffitte, sotterranei, come la città dei suoi anni violenti, ma più segreta.
Se la montagna non andrà da Maometto, Maometto andrà alla montagna.
Il Signore chiama ad una montagna molto particolare. Una montagna che cresce secondo le sue parole.
La montagna dovrebbe servire per salire, ma anche, e soprattutto, per discendere. Verso la gente.
La montagna è oltrepassata, adesso sarà più facile andare avanti.