Radicchio o bistecca, viviamo della morte degli altri.- Camillo Sbarbaro
Radicchio o bistecca, viviamo della morte degli altri.
Sei venuta e con passo di danza sei entrata nella mia vita.
La forza dell'aforisma è nella sua perentorietà, come quella dello sgherro nel ceffo. Forza-sopruso.
Non vedo felicità di cui, perché sia, non tocchi contentarsi.
Poesia, altro vizio solitario.
Nulla stringe il cuore come la contentezza dei miseri.
Il piacere della tavola è di tutte le età, di tutte le condizioni sociali, di tutti i paesi e di tutti i giorni; può associarsi a tutti gli altri piaceri, e resta ultimo a consolarci della loro perdita.
Principio e fine di ogni bene è la soddisfazione del ventre, e al ventre si riporta tutto ciò che è superfluo e ogni marchingegno umano.
Per mangiare un tacchino, dobbiamo essere in due: io e il tacchino.
Se l'uomo non appetisse il cibo o non provasse stimoli sessuali, il genere umano finirebbe subito.
Io mangio solo per nutrire il dolore.
Meglio chi mangia carne seicento volte l'anno di chi la mangia, tanto per consentire, una volta la settimana: nel carnivorismo cieco, totale, tigresco, c'è una specie di innocenza, è materia che divora se stessa; in quello sporadico c'è l'uomo e la sua colpa.
L'appetito vien mangiando, diceva Angest di Mans, ma la sete se ne va bevendo.
Le mascelle sono il bastone del vecchio.
Ognuno dovrebbe vedersi mentre mangia.
Tu sei libero di mangiare!