Epitaffio del suicida: veni vidi fugi.- Alessandro Morandotti
Epitaffio del suicida: veni vidi fugi.
Le assurdità di ieri sono le verità di oggi e saranno le banalità di domani.
Esistono solo tre fonti di delusioni: passato, presente e futuro.
Per comandare bisogna riuscire a trovare chi è disposto a ubbidire.
La realtà è il surrogato della fantasia.
È andata bene: avevo ragione. È andata male: abbiamo sbagliato.
Vi sono suicidi invisibili. Si rimane in vita per pura diplomazia, si beve, si mangia, si cammina. Gli altri ci cascano sempre, ma noi sappiamo, con un riso interno, che si sbagliano, che siamo morti.
Se siete dell'opinione che contemplare il suicidio è prova sufficiente di una natura poetica, non dimenticate che le azioni parlano più forte delle parole.
La difficoltà di commettere suicidio sta in questo: è un atto di ambizione che si può commettere solo quando si sia superata ogni ambizione.
Ogni suicidio è la soluzione di un problema.
Il suicidio è l'estremo tentativo di migliorare la propria vita.
La nostra povera vita di testimoni della fine. Che cosa si può fare? Endura del silenzio, suicidio, o sottomissione.
Il suicida è uno che, anziché cessar di vivere, sopprime solo la manifestazione di questa volontà: egli non ha rinunciato alla volontà di vita, ma solo alla vita.
La notte porta consiglio. Si suicidò all'alba.
Ai nostri tempi il suicidio è un modo di sparire, viene commesso timidamente, silenziosamente, schiacciatamente. Non è più un agire, è un patire.
Si chiama suicidio ogni caso di morte che risulti direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo compiuto dalla stessa vittima pienamente consapevole di produrre questo risultato. Il tentativo di suicidio è l'atto così definito ma arrestato prima che ne risulti la morte.