Epitaffio del suicida: veni vidi fugi.- Alessandro Morandotti
Epitaffio del suicida: veni vidi fugi.
Vana impresa combattere la crisi poiché è ormai connaturata al sistema.
Ogni scelta implica una rinuncia.
Fine ultimo di tutto, la fine.
Quando ignoranza e mediocrità si coalizzano, ne risulta la cosiddetta voce del popolo.
Tutti si scagliano contro l'egoismo come se fosse possibile sopravvivere senza. Da biasimare è solo il suo eccesso.
Ci sono molti che non osano uccidersi per paura di quello che ne direbbero i vicini.
Quante persone hanno voluto suicidarsi e si sono contentate di strappare la propria fotografia.
Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi.
Ora perché l'ho fatto?
Senza la possibilità del suicidio avrei potuto uccidermi molto tempo fa.
Il suicida è un carcerato che, nel cortile della prigione, vede una forca, crede erroneamente che sia destinata a lui, evade nottetempo dalla sua cella, scende giù e s'impicca da sé.
La gente crede sempre che ci si uccida per una ragione. Ma si può benissimo uccidersi per due ragioni.
A quel punto ricordò e le lacrime gli rigarono il volto, che non era cambiato quasi niente in tutti quegli anni. Morì di lì a poco per stanchezza di esistere. Che non è il suicidio diretto ma un lasciarsi andare lentamente, giorno dopo giorno, guardando lontano verso chissà quale ricordo.
Spesso apro il frigorifero e non c'è niente a parte quel mezzo limone marroncino che ormai è lì da anni. Una volta il frigo si è rotto. Quando è venuto il tecnico a ripararlo mi ha detto che non si era rotto. Si era suicidato.
E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi e tutto il genere umano.