Ira è breve furor.- Francesco Petrarca
Ira è breve furor.
Quegli cui non è castigo sufficiente una moglie, è degno di averne parecchie.
Vana è la gloria di chi cerca la fama solo nel luccicare delle parole.
I'vo gridando: pace, pace, pace.
O ciechi, il tanto affaticar che giova? Tutti torniamo a la grande madre antica, E il nome nostro a pena si ritrova.
La vita fugge e non s'arresta un'ora.
Proprio e naturale della virtù è godere e gioire: adirarsi non è conforme alla sua dignità, non più che essere triste; eppure la tristezza è compagna dell'iracondia, e ogni forma d'ira si risolve in essa, sia dopo il pentimento sia dopo l'insuccesso.
La rabbia impotente fa miracoli.
Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.
Io so che l'odio come l'ira hanno la loro funzione nello sviluppo della società, perché l'odio dà la forza e l'ira sprona al mutamento.
Una risposta gentile calma la collera, una parola pungente eccita l'ira.
Un adirato può non essere irascibile, un irascibile, talvolta, può non essere adirato.
L'ira senza forze è vana.
L'ira, furor brevis come la chiamò Orazio, fomenta risse allo stadio, tumulti di disoccupati davanti alla prefettura e parolacce in parlamento.
L'ira trasforma nel suo contrario tutto ciò che è ottimo e giustissimo. Non consente che si ricordi di alcun dovere colui che da essa è posseduto: fa di un padre un avversario, d'un figlio un parricida, d'una madre una matrigna, d'un cittadino un nemico, d'un re un tiranno.
Nessuno diventa più forte adirandosi, tranne colui che senz'ira non sarebbe stato forte.