A che serve passare dei giorni se non si ricordano?- Cesare Pavese
A che serve passare dei giorni se non si ricordano?
Ognuno trasogna fra sé,tanto sa che nell'alba spalancherà gli occhi.
Si dovrebbe stupirsi se fosse diverso: si accumula rabbie, umiliazioni, ferocie, angosce, pianti, frenesie e alla fine ci si trova un cancro, una nefrite, un diabete, una sclerosi che ci annienta. E voilà.
La vita senza fumo è come il fumo senza l'arrosto.
Ai nostri tempi il suicidio è un modo di sparire, viene commesso timidamente, silenziosamente, schiacciatamente. Non è più un agire, è un patire.
Capii che Nuto aveva davvero ragione quando diceva che vivere in un buco o in un palazzo è lo stesso, che il sangue è rosso dappertutto, e tutti vogliono esser ricchi, innamorati, far fortuna.
I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.
Il ricordo della felicità non è più felicità; il ricordo del dolore è ancora dolore.
Per un fiore appassito nel libro dei ricordi rugiada è una lagrima di dolore.
Accanto all'arte della mnemonica (ricordare) occorrerebbe un'arte del dimenticare.
Cos'è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?
Accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?
Il ricordo è un compromesso: gli uomini si difendono con quello.
Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla ora soltanto per la prima volta.
Se non ricordiamo non possiamo comprendere.
Il ricordo è un poco di eternità.