Chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria.- Fabrizio De André
Chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria.
Attraverso l'esercizio della solitudine si coltiva la dignità: trovo estremamente più dignitoso chiedere l'elemosina che fare le scarpe al proprio collega in ufficio.
Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d'obbedienza fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza, però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni.
Feconda una donna ogni volta che l'ami così sarai uomo di fede: poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame.
Perché non c'è mai stato uno scrittore come ministro della cultura?
Il ricordo ci lega a una parte consumata della nostra vita.
Chi non ricorda, non vive.
I ricordi si interpretano come i sogni.
Il ricordo è una forma di incontro.
I nostri ricordi sono schedari consultati e poi restituiti in disordine da autorità che noi non controlliamo.
L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti.
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
Il ricordo è un modo di incontrarsi.
I ricordi sono voli brevi, barbaglianti: ma il pipistrello che hai abbattuto è la realtà.
Il ricordo è una pietra che ostacola il cammino della speranza.