"Aver ragione" è la naturale vocazione della follia.- Giorgio Manganelli
"Aver ragione" è la naturale vocazione della follia.
Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano.
Serve a qualcosa il paradiso? o la sua perfezione include l'inutilità?
Questo gioco arcaico, matematico, simbolico, non ha nulla dello sport: non produce campioni fatti di carne di manzo, non è cordiale, è silenzioso, maniacale, malsano, genera nevrotici protagonisti di un freddo sogno di simboli e tornei, di numeri e di re.
Lo scrittore è colui che è sommamente, eroicamente incompetente di letteratura.
Già il fatto che un libro sia un romanzo non depone a suo favore, è un connotato lievemente losco, come i berretti dei ladruncoli, i molli feltri dei killers, gli impermeabili delle spie.
La pazzia è nei singoli qualcosa di raro, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli e nei tempi è la regola.
Il mondo intero stava scontando la sua follia.
La follia si manifesta in varie forme, ma non tutte immediatamente evidenti.
Chi non ha lottato corpo a corpo, qualche giorno o qualche notte, con la propria incipiente follia?
Che cos'è un matto? La follia è l'incapacità di comunicare le tue idee. È come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua.
La società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d' essere.
La vera vertigine è l'assenza di follia.
Tutti coloro che scrivono sono un po' matti. Il punto è rendere interessante questa follia.
La follia genera follia.
Cessando di essere pazzo, diventò stupido.