La serenità è il frutto della rassegnazione all'incertezza.- Nicolás Gómez Dávila
La serenità è il frutto della rassegnazione all'incertezza.
Autentico scrittore non è chi, in un incontro casuale, ci tiene una concione con voce esotica da commensale stravagante, ma chi ci interpella con la stessa voce con cui parliamo a noi stessi nella nostra solitudine.
Le idee ci tradiscono se non le tradiamo prima noi. Dobbiamo essere fedeli soltanto alla complessità delle cose.
L'uomo preferisce discolparsi con la colpa altrui piuttosto che con la propria innocenza.
Non c'è retorica che prolunghi l'amore tra le anime oltre l'istante in cui la carne si placa.
Questo secolo sprofonda lentamente in un pantano di sperma e di merda. Per maneggiare gli avvenimenti attuali gli storici futuri dovranno mettersi i guanti.
Rifiuto di rinunciare a me stesso e rassegnarmi. Un uomo rassegnato è un uomo morto prima di morire, ed io non voglio essere morto prima di morire. Non voglio morire da morto! Voglio morire da vivo!
Quando la morte verrà accettiamola indifferenti e lasciamoci condurre dentro il mistero.
Ciò che chiamiamo rassegnazione non è altro che disperazione cronica.
Questa ripetizione ossessiva di sé stessi, al di là del dato anagrafico, è il vero segno dell'"invecchiamento" italiano: vecchio è chi dispera di cambiare e di cambiarsi, ed è ormai rassegnato a essere fino alla fine ciò che è sempre stato.
Appare diffusa nel Bel Paese, tra la generale rassegnazione (o complicità?), la convinzione che il servizio per il quale si è pagati sia in realtà un magnanimo gesto di cortesia verso chi lo richiede.
Seneca, alla domanda. "Qual è il miglior conforto nell'afflizione e nel dolore?" risponde: "Che l'uomo accolga ogni cosa come se l'avesse richiesta e desiderata".
Io, quando so di poter cambiare le cose, divento attiva come un ciclone. E, quasi sempre, riesco a cambiarle. Ma, quando so di non poterci far nulla, mi rassegno.
Io non sono fatalista. E se anche lo fossi, che cosa potrei farci?
Devi prendere l'amaro con l'acido.
Chi getta la spugna non vince mai, e un vincente non getta mai la spugna.