Che morso da affamato, da squalo, da cancro ha la lontananza.- Cesare Pavese
Che morso da affamato, da squalo, da cancro ha la lontananza.
Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza è la morte, che li costringe industriarsi, a ricordare e prevedere.
Che cosa non sonnecchia sotto la scorza di noialtri. Bisognerebbe avere il coraggio di svegliarsi e trovare se stessi. O almeno parlarne. Si parla troppo poco a questo mondo.
La letteratura è una difesa contro le offese della vita.
Immortale è chi accetta l'istante. Chi non conosce più un domani.
La morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo.
Ci telefoniamo perché solo nel chiamarci a lunga distanza si perpetua il richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti s'è aperta sotto una coppia di esseri umani.
La lontananza ogni gran piaga salda.
È nella separazione che si sente e si capisce la forza con cui si ama.
Nel momento in cui si afferma la mancanza dell'altro, emerge il desiderio: la seduzione è avvenuta.
La lontananza e l'assenza prolungata danneggiano ogni amicizia, per quanto lo si ammetta così malvolentieri. Gli uomini che non vediamo più, anche nel caso fossero i nostri più cari amici. si disseccano, con il passare degli anni, poco per volta sino a diventare dei concetti.
Eros, il desiderio, è figlio di Penia, la mancanza.
Diventammo l'una per l'altra frammenti di voce, senza mai nessuna verifica dello sguardo.
Le case abbandonate sono come gli uomini. Alcuni tengono duro, altri crollano.
Una volta sottratto agli occhi passa presto anche dalla mente.
Nella separazione. Non nel modo in cui un'anima si accosta all'altra, ma nel modo in cui se ne allontana, riconosco la sua parentela e affinità con l'altra.