Avidamente allargo la mia mano: dammi dolore cibo cotidiano.- Salvatore Quasimodo
Avidamente allargo la mia mano: dammi dolore cibo cotidiano.
La rassegnazione alla solitudine, opposta al dolore lucreziano, avvicina a noi Virgilio più degli altri poeti latini dell'antichità classica.
La mia terra è sui fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta dove i miei piedi vagano tra giunchi pesanti di lumache.
Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
Fatica d'amore, tristezza, tu chiami una vita che dentro, profonda, ha nomi di cieli e giardini. E fosse mia carne che dono di male trasforma.
Ad una fronda, docile la luce oscilla alle nozze con l'aria; nel senso di morte, eccomi, spaventato d'amore.
Non credo che nessuno di noi possa parlare del dolore finché non ne è fuori.
Se penso a quanto tempo ho buttato a stare male... Il dolore non serve a niente. Ti toglie la vita e basta. Il dolore ti ammazza.
Ci sono anche dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta.
Soltanto il rispetto dei valori e dei dolori che si vogliono superare consente di trascenderli; ignorarli con frettolosa sgarbatezza significa lasciarli pericolosamente fermentare nel livore represso e lasciarli incancrenire nel risentimento non risolto.
Chi continua a esultare sul rogo, non trionfa sul dolore, ma del fatto di non provare dolore laddove se l'aspettava. Una metafora.
Il dolore è ancor più dolore se tace.
Il dolore non è altro che la sorpresa di non conoscerci.
Il dolore non esiste per chi s'innalza verso l'ora triste con la forza d'un cuore sempre giovine.
Là dove cresce il dolore è terra benedetta.
Sai quando le persone diventano forti? Quando imparano ad accettare il dolore.