Lavorare stanca.- Cesare Pavese
Lavorare stanca.
La massima sventura è la solitudine; tant'è vero che il supremo conforto la religione, consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è lo sfogo come con un amico.
La strategia amorosa si sa adoperare soltanto quando non si è innamorati.
Non c'è destino, ma soltanto dei limiti. La sorte peggiore è subirli. Bisogna invece rinunciare.
Nulla è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici.
Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.
Con l'abitudine, il lavoro appare più leggero.
Il lavoro si espande fino a riempire il tempo disponibile per il suo completamento. Un generico riconoscimento di questo fatto è manifesto nella frase proverbiale: "L'uomo più occupato è quello che ha tempo da perdere."
L'autore loda il suo lavoro.
Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro. Se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto.
L'emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera della classe lavoratrice stessa.
È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell'uomo: la liberazione dal lavoro si sta trasformando in un incubo.
Il lavoro è l'ultima risorsa dei coglioni.
Tutta la grandezza del lavoro è dentro l'uomo.
Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz'altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo.
La tecnologia non si è tanto sostituita al lavoro, quanto piuttosto ha allontanato i lavoratori dai processi produttivi.