Lavorare stanca.- Cesare Pavese
Lavorare stanca.
La fantasia umana è immensamente più povera della realtà.
Le puttane battono a soldi. Ma quale donna si dà altro che a ragion veduta?
Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza è la morte, che li costringe industriarsi, a ricordare e prevedere.
Non conta l'esperienza per un artista, conta l'esperienza interiore.
Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.
Il lavoro si espande fino a riempire il tempo disponibile per il suo completamento. Un generico riconoscimento di questo fatto è manifesto nella frase proverbiale: "L'uomo più occupato è quello che ha tempo da perdere."
Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
Il lavoro è il rifugio di coloro che non hanno nulla di meglio da fare.
La tecnologia non si è tanto sostituita al lavoro, quanto piuttosto ha allontanato i lavoratori dai processi produttivi.
Mi piace di veder lavorare! È così che il lavoro diventa una consolazione.
Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz'altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo.
Naturalmente il lavoro non può dare felicità se non ha successo. Ma se lo ha, riempie le giornate e dà un'immensa gioia.
Se fai il lavoro male, dopo magari non te lo fanno fare più.
Il lavoro non mi piace - non piace a nessuno - ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà - per se stesso, non per gli altri - ciò che nessun altro potrà mai conoscere.
Il lavoro è un diritto dell'uomo: se l'uomo è povero è addirittura un dovere.