Quando abbiamo imparato a vivere, moriamo.- Lalla Romano
Quando abbiamo imparato a vivere, moriamo.
Temo il dolore fisico in quanto penso che esso possa limitare la mia libertà. Ho paura di non saperlo sopportare.
La violenza resta per me un grosso problema. Forse deriva da quel cieco bisogno dell'essere non civilizzato, che non sente abbastanza il rispetto di sé e degli altri. Ma quello che è ancora più pauroso è la violenza collettiva o quella violenza che si ammanta di legge, la dittatura.
Bellezza come salvezza. Conseguenza: pulire la bellezza dall'edonismo - e la salvezza dal bigottismo.
Della nostra storia nulla vive se non raccontato (cantato).
Come per la scrittura, anche la pittura fa una selezione. Lo scrittore la fa nella memoria e nel vocabolario, il pittore la fa nella memoria dell'arte e nella natura stessa, scegliendo secondo la propria sensibilità.
Se si sfrega a lungo e fortemente le dita di una mano sul dorso dell'altra e poi si annusa la pelle, l'odore che si sente, quello è l'odore della morte.
Ognuno deve morire, è vero, ma io ho sempre pensato che sarebbe stata fatta un'eccezione nel mio caso. E ora, che succede?
Se la fama giunge solo dopo la morte, che aspetti.
La morte che tanto temiamo e rifiutiamo interrompe la vita, non la elimina.
L'idea che si morirà è più crudele del morire, ma meno dell'idea che un altro sia morto.
Noi diciamo la morte per semplificare, ma ce ne sono quasi quante le persone.
In confronto alla morte, l'amore è una faticosa faccenda infantile, sebbene gli uomini credano più nell'amore che nella morte.
La morte in sé non è una brutta cosa: brutta è la strada che porta alla morte.
Nessuno può dire con certezza che domani sarà ancora vivo.
Alessandro il Macedone e il suo stalliere, una volta morti, hanno fatto la stessa fine: o entrambi riassorbiti nei medesimi princìpi seminali del mondo oppure, con pari trattamento, dispersi negli atomi.