Ogni volta che penso alla crocifissione di Cristo, commetto il peccato dell'invidia.- Simone Weil
Ogni volta che penso alla crocifissione di Cristo, commetto il peccato dell'invidia.
Si può, volendo, riportare l'intera arte del vivere a un buon uso del linguaggio.
I soldati non si espongono alla morte, sono mandati al massacro.
Niente è meno istruttivo delle macchine.
Niente può avere come destinazione qualcosa di diverso dalla sua origine. L'idea opposta, l'idea del progresso, è veleno.
È vero che bisogna amare il prossimo, ma nell'esempio che Cristo dà per illustrare questo comandamento il prossimo è un essere nudo e sanguinante, svenuto sulla strada e di cui non si sa niente. Si tratta di un amore del tutto anonimo, e per ciò stesso universale.
L'invidia non è altro che un odio per la superiorità altrui.
L'invidia si annida in fondo al cuore umano come una vipera nella sua tana.
L'invidia è un cieco che vuole strapparti gli occhi.
Tra invidia e superbia c'è una sottile parentela dovuta al fatto che il superbo, se da un lato tende a superare gli altri, quando a sua volta viene superato non si rassegna, e l'effetto di questa non rassegnazione è l'invidia.
Non invidiare chi sembra avere tutto, non ha davvero tutto. Ha ciò che vuole e vive la vita che desidera, ma non ha ciò di cui ha veramente bisogno.
E di innumerevoli afflizioni è generoso il mondo, ma i morsi dell'invidia sono tra le ferite più sanguinose, profonde, difficili, da rimarginare e complessivamente degne di pietà.
Il primo peccato del diavolo è stata l'invidia, scaturita dal fatto di sapere che il Verbo si sarebbe incarnato.
Il cane chiuso nel recinto abbaia a quello che scorrazza liberamente.
Il morso dell'invidia è quello spasmo doloroso che ci afferra nostro malgrado alla vista di qualcuno che possiede quello che non possediamo e che desideriamo. E' il prodotto della vertigine della mancanza.
Pochissime persone parlano chiaramente e volentieri dell'invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé.