La pienezza dell'amore del prossimo è semplicemente l'essere capaci di domandargli: "Qual è il tuo tormento?
".

- Simone Weil
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Il nostro commento

L’amore verso l’altro raggiunge la sua forma più alta quando rinuncia al bisogno di mostrarsi grandioso e salvifico, e diventa soprattutto disponibilità ad ascoltare. Non si tratta di trovare soluzioni immediate o di dispensare consigli dall’alto, ma di avere il coraggio e la delicatezza di entrare nello spazio interiore dell’altro chiedendogli quale sia la fonte della sua sofferenza. In questo gesto c’è il riconoscimento della dignità dell’altro come persona intera, non ridotta ai suoi successi, alle sue maschere o alle apparenze con cui si protegge. Domandare sinceramente quale sia il tormento di qualcuno significa sospendere il giudizio e creare un luogo sicuro in cui l’altro possa esprimere fragilità e paure. È un atto di umiltà, perché implica mettere da parte il proprio ego, i propri bisogni di avere ragione o di apparire forti, e scegliere di lasciarsi toccare dalla vulnerabilità altrui. In questo modo l’amore diventa attenzione: non si limita a desiderare il bene dell’altro in astratto, ma si rivolge al suo dolore concreto, alla ferita specifica che lo abita. La pienezza di questo tipo di amore sta nella capacità di sostare accanto alla sofferenza senza scappare, senza minimizzarla e senza impadronirsene. È un amore che non invade, non impone, non pretende riconoscenza, ma rende possibile all’altro di riconoscere se stesso e, forse, di intravedere una via d’uscita proprio perché non si sente più solo nel proprio tormento. In questa discreta vicinanza, che nasce da una domanda semplice e sincera, l’essere umano sperimenta la consolazione di sapere che il proprio dolore è visto, nominato e accolto, e proprio per questo inizia a trasformarsi.

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