Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica.- Gesualdo Bufalino
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica.
Abituarsi a guardare la vita come una cosa d'altri, rubata per scherzo, da restituire domani. Convincersi ch'è uno sbaraglio per temerari, che la precauzione suprema è morire.
Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera. Non finirei mai di parlarne, di ritornare a specchiarmi in un così tenero miraggio di lontananze.
Scrivere è continuare, inseguire al di là della tenebra quel fanalino fuggente che è l'uomo.
Una passione è il totale di due malintesi.
Ai miei tempi invitare al ballo una donna era come scendere alla stazione in una città sconosciuta.
I libri che il mondo chiama immorali sono i libri che mostrano al mondo la sua vergogna.
I libri hanno valore soltanto se conducono alla vita, se servono e giovano alla vita, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non venga al lettore una scintilla di forza, un presagio di nuova giovinezza, un alito di nuova freschezza.
Un libro capace di trasformare il lettore. Ogni scrittore aspira a questo risultato, anche se non è credibile che esso possa essere ottenuto da "un" solo libro.
I libri si dividono in due categorie: i libri per adesso e i libri per sempre.
Qualche libro lo si legge col sentimento di fare un'elemosina all'autore.
Dovunque si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.
Ogni libro è anche la somma dei malintesi di cui è l'occasione.
Un libro indegno di essere letto una seconda volta è indegno pure di essere letto una prima.
Se vogliamo moltiplicarci, non dobbiamo agire, fuggire, viaggiare in India o a Tahiti, ma scegliere un libro nuovo nella frusciante foresta di pagine che avvolge i muri della nostra stanza.