Non sono un giornalista, sono un giornalaio.- Gianfranco Funari
Non sono un giornalista, sono un giornalaio.
Il talento è amico della violenza e della crudeltà in trasmissione.
Noi italiani abbiamo nella coda il veleno dell'avverbio dubitativo.
La mattina, quando ti alzi, non ti chiedere che cosa devi fare, ma che cosa puoi fare per essere felice.
E' finita la politica da salotto. Una volta la gente diceva: governo ladro. Adesso dice il nome del ladro, il nome del partito e che cosa ha rubato.
La donna più importante che ho incontrato? La politica.
La prostituzione del corpo ha in comune col giornalismo la capacità di non dover sentire, ma, rispetto a esso, ha in suo vantaggio la capacità di poter sentire.
Quando faccio un incidente, per i giornali, la televisione o per quello che immagina la gente, è come se io avessi fatto cinque incidenti.
Il sostantivo è la testa, il verbo il piede, l'aggettivo sono le mani. I giornalisti scrivono con le mani.
Sento un profondo disgusto per i giornali, ossia per l'effimero, per il transitorio, per quanto oggi è importante ma domani non lo sarà più.
La cronaca è letteratura sotto pressione.
Per un giornalista un essere umano è un oggetto avvolto nella pelle.
Buoni giornali e pochi (giacché il buono non può mai esser molto) sono la manna di una nazione.
I giornalisti scrivono perché non hanno niente da dire, e hanno qualcosa da dire perché scrivono.
Giornalismo. Un tempo toglieva uomini alle lettere; oggi il che è più grave ne dà.
Nel giornale si trova tutto. Basta leggerlo con sufficiente odio.