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Mi scrive l'amica di Londra: "A giudicare da certi cimiteri ci sarebbe da pensare che noi trattiamo i nostri cari meglio da morti che da vivi.
L'uomo è un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.
La morte, inevitabile termine a chi venne in vita, mai fu inutile a chi mal vive, e mai dannosa a chi visse bene.
In questo mondo non vi è nulla di sicuro tranne la morte e le tasse.
La vita è uno strano regalo. All'inizio lo si sopravvaluta, questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronto a gettarlo. Infine, ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito."
La morte non è forse altro che la nascita di un'anima.
Gli dei nascondono agli uomini la dolcezza della morte, affinché essi possano sopportare la vita.
Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti.
Non temere la morte: prima moriamo, prima saremo immortali.
La morte, se somiglia allo spegnersi di una luce non mi spaventa: tutt'al più mi scoccia. L'unica cosa che mi spaventa è il dolore.
Ammazzare il tempo nell'attesa che il tempo ci ammazzi.
Voglio un prete, un rabbino, e un pastore protestante. Voglio scommettere in ogni settore.
In ogni uomo che muore muore con lui, la sua prima neve, il primo bacio, la prima lotta. Non muoiono le persone, ma muoiono i mondi dentro di loro.
Ad un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire è l'ultima speranza.
È bella la morte quando pone fine a una brutta vita.
Se temo la morte vuol dire che la vita mi è ancora vicina, disperata più di me.
Sono sempre ossessionato dal pensiero della morte: v'è una vita nell'aldilà? E se c'è, mi potranno cambiare un biglietto da cinquanta?
Essere ricordati dopo morti, è una povera ricompensa per essere trattati con disprezzo mentre stiamo vivendo.
Tutto ciò che vive deve morire, passando dalla natura all'eternità.
Chissà se ciò che è chiamato morire è vivere, oppure se vivere è morire.